Interventi anni 1978-1985

GIOVANNI PAOLO II

UDIENZA GENERALE

Martedì, 1° marzo 1983

1. Fra poche settimane avrà inizio il Giubileo della Redenzione, con l’apertura della Porta Santa: un rito nel quale sembrano confluire tante nobili aspirazioni antiche, che trovano forse la migliore espressione in quei versetti del Salmo 117 (118), che venivano cantati dai pellegrini israeliti quando entravano nel tempio di Gerusalemme in occasione della Festa delle Capanne: “Apritemi le porte della giustizia: entrerò a rendere grazie al Signore. È questa la porta del Signore, per essa entrano i giusti” (cf. Sal 118, 19-20).

Ma all’inizio del Salmo vi è un invitatorio, che poi serve anche come conclusione: “Celebrate il Signore, perché è buono; perché eterna è la sua misericordia” (cf. Sal 118, 1; Sal 118, 29).

Giustizia e misericordia sono la sintesi inscindibile del misterioso rapporto di Dio con l’uomo, il quale è invitato a confidare nella bontà infinita di Colui che per amore lo ha creato, per amore lo ha redento, per amore lo ha chiamato al Battesimo, alla Penitenza, all’Eucaristia, alla Chiesa, alla vita eterna. Ed è anche per amore che Dio ci fa sentire in questi giorni il suo appello alla conversione, simboleggiata dall’ingresso attraverso la Porta Santa.

Si tratta della conversione intima e profonda (“metanoia”) di chi vuole adeguarsi alle esigenze della divina giustizia con una incrollabile fiducia nella divina misericordia. L’Anno Santo vuole essere questo “tempo favorevole” (cf. 1 Cor 6, 2) di ingresso e di conversione per coloro che da vicino o da lontano guardano alla Porta Santa e con la luce della fede ne scoprono il significato: porta di giustizia, porta di misericordia, aperta dalla Chiesa che annuncia e vuol dare Cristo al mondo.

2. Cristo è la vera Porta: egli stesso lo ha detto di sé (Gv 10, 7), come si è pure definito via al Padre (Gv 14, 6).

È una porta e una via di giustizia, perché passando attraverso di lui si entra nell’ordine di rapporti con Dio rispondente alle esigenze della santità di Dio e della natura stessa dell’uomo: ordine di rettitudine, di subordinazione alla divina volontà, di ubbidienza alla divina legge; ordine che viene determinato dalla Parola di Dio contenuta nelle Sacre Scritture, ma che già si delinea nell’intimo della coscienza libera e pura e si riflette nelle convinzioni etiche degli uomini non corrotti, ordine che nella coscienza cristiana viene più chiaramente illuminato e più incisivamente scolpito dal magistero interiore dello Spirito Santo.

Ora, il peccato dell’uomo sconvolge l’ordine nella sua essenza etica, non senza ripercussioni di natura psichica, somatica, persino cosmica, come ha intuito san Paolo (cf. Rm 8, 20) e come l’esperienza umana attesta nel quotidiano contatto con i mali e i dolori del mondo.

Non di rado, oggi, in momenti di più cruda constatazione delle miserie umane che si verificano ad ogni livello della vita personale, familiare, sociale, si levano voci allarmanti e allarmate che presagiscono l’ora della catastrofe.

Nelle ore di maggiore sincerità, molti forse sentono passare sul loro cuore le stesse malinconiche considerazioni di san Paolo sulla condizione dell’uomo decaduto e quasi scardinato dal peccato (cf. Rm 1, 18 ss.). Ma con san Paolo il credente sa che l’ordine della divina giustizia è stato ricomposto da Cristo, il quale “per opera di Dio è diventato per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione” (1 Cor 1, 30).

Il credente sa che Cristo è la Porta della Nuova giustizia, perché col sacrificio della sua vita egli ha ristabilito l’ordine dei rapporti tra l’umanità e Dio, vincendo il peccato e immettendo nel mondo le forze della Redenzione ben più potenti di quelle del peccato e della morte.

3. Questo ingresso nel nuovo ordine della giustizia non sarebbe possibile se su tutta l’economia della salvezza non si estendesse il raggio dell’infinita misericordia di Dio che è per essenza amore, clemenza, bontà generosa e soccorrevole. Poiché Dio ci ha amati, “non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi”, come dice san Paolo (Rm 8, 32) e ha accolto il suo sacrificio. Cristo Crocifisso è il segno inconfutabile dell’amore di Dio per noi e la definitiva rivelazione della sua misericordia.

La Porta Santa simboleggia dunque, e soprattutto, la Porta della Misericordia, che anche l’uomo d’oggi può trovare in Cristo.

Molti uomini del nostro tempo hanno forse bisogno soprattutto di sentirsi rinfrancare nella speranza, che si fonda sulla rivelazione della divina misericordia. Per questo ho voluto dedicare a questo tema affascinante e fondamentale del cristianesimo la mia seconda enciclica (1981), che presenta Dio, con le parole di san Paolo, appunto come Dives in Misericordia (Ef 2, 4). Io desidero, spero e prego che l’Anno Santo sia un’occasione provvidenziale per una evangelizzazione e catechesi della Misericordia a raggio universale.

4. L’ingresso attraverso la Porta della Giustizia e della Misericordia ha ancora il significato di una nostra nuova e più decisa conversione, che si concretizza nella pratica della Penitenza come virtù e come Sacramento.

Anche la conversione è un dono di misericordia, una grazia di Dio, un frutto della redenzione operata da Cristo, ma include ed esige un atto della nostra volontà che liberamente, sotto l’azione dello Spirito Santo, accetta il dono, risponde all’amore, rientra nell’ordine dell’eterna legge e giustizia, cede dunque all’attrattiva della divina Misericordia.

L’Anno 1983 sarà veramente Santo per coloro che in esso si lasceranno riconciliare con Dio (cf. 2 Cor 5, 20), pentendosi e facendo penitenza; per coloro che qui a Roma o in qualsiasi luogo, anche nelle più sperdute lande dove è giunto il messaggio della Croce, acquisteranno il Giubileo, e quindi prenderanno la via dell’Altare per professare la loro fede e invocare il Padre celeste, ma anche quella del Confessionale, per dichiararsi peccatori e chiedere umilmente perdono a Dio, rinnovando così la propria coscienza nel Sangue di Cristo (cf. Eb 9, 14).

In essi si compirà così l’opera della divina Misericordia, che li renderà partecipi della Giustizia di Cristo, dal quale deriva ogni nostro bene, ogni nostra possibilità di speranza e di salvezza.

Preghiera alla Madonna di Jasna Gora

Signora di Jasna Gora!

Inginocchiato in spirito dinanzi alla tua amata Effigie, desidero oggi raccomandare ed affidare a te il mio ministero apostolico nei Paesi dell’America Centrale.

Incomincerò questo ministero dal giorno di domani. I Vescovi Polacchi, riuniti nella loro recente Conferenza plenaria, si sono rivolti a questo proposito a tutti i miei connazionali con queste parole: “Con un’ardente preghiera e una personale penitenza nel sopportare difficoltà e sofferenze quotidiane cercheremo di aiutare al cospetto di Dio il Papa in questo suo difficile pellegrinaggio apostolico”.

Esprimo la mia gratitudine per questo aiuto spirituale.

Contemporaneamente manifesto la mia convinzione che le esperienze della mia Nazione mi aiuteranno a compiere la missione del Vangelo verso quelle popolazioni che sono tanto provate nell’attuale ora della storia.

E perciò a te, Madre, affido questo ministero. “Totus tuus”.

A tutti la mia Benedizione Apostolica.

PELLEGRINAGGIO APOSTOLICO IN PORTOGALLO

CERIMONIA DI CONGEDO

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II

Eliporto di Fatima

Giovedì, 13 maggio 1982

Cari fratelli e sorelle.

È arrivato per me il momento di lasciare Fatima, per continuare il mio viaggio apostolico, la mia missione pastorale nella vostra patria.

Sono venuto per un Magnificat con voi, protratto nel corso di tutti gli atti e cerimonie di questo pellegrinaggio; è stata la Madonna a presiedere; io, come suo figlio, fratello tra fratelli, ho partecipato per confermare la mia fraternità nella fede e, come successore dell’apostolo san Pietro, per essere araldo e portavoce della Madre di Dio e nostra Madre, proclamando la misericordia dell’Altissimo, il mistero del rapporto della giustizia con l’amore divino, manifestato in Gesù Cristo, morto e risorto (cf. Giovanni Paolo II, Dives in Misericordia, 5).

Ho iniziato il pellegrinaggio con il cantico della misericordia di Dio nel cuore; e, alla partenza, desidero dirvi che la mia anima continua a vibrare di questo cantico; e “canterò senza fine le grazie del Signore” (Sal 89 [88], 2) nel coro dell’attuale generazione della Chiesa, che ha come prima solista la Madre della divina misericordia. Con il sacrificio del proprio cuore, soprattutto ai piedi della Croce, Ella ebbe una singolare partecipazione nella rivelazione della misericordia: desidera condurci sempre, attraverso i cammini della misericordia, alla speranza; a “Gesù Cristo, nostra speranza” (1 Tm 1, 1).

Veniamo qui a pregare, in atteggiamento di amore grato al “Signore che è misericordioso e ricco di compassione” (Gc 5, 11). Sentendo quanto abbiamo bisogno, personalmente, di continuare ad appellarci alla misericordia divina, imploriamo: “Rimetti a noi, Signore, i nostri debiti” (cf. Mt 6, 12); e sentendo profondamente quanto gli uomini della nostra epoca lo offendano e lo rifiutino, preghiamo, con Cristo in Croce: “Padre, perdonali perché non sanno quello che fanno” (Lc 23, 34). Ma preghiamo anche, mossi da un impulso d’amore per tutti gli uomini, nostri fratelli, senza eccezione, augurando il vero bene a ognuno di loro: fanciulli, giovani, adulti, padri di famiglia, anziani e malati, in qualunque latitudine della terra essi si trovino. E vorremmo che essi lo sapessero. Sì, desidereremmo che l’intera famiglia umana conoscesse il “dono di Dio” (cf. Gv 4, 10), in Gesù Cristo, il dono dell’amore e della misericordia, e si sentisse spinta a coltivare la misericordia, inderogabile cammino della pace, ad ascoltare la Parola, che continua ad echeggiare in questa montagna di Fatima, proveniente dalla montagna della Galilea: “Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia” (Mt 5, 7).

Vivrà “sempre nella mia anima”, potete starne certi, “questo grido immortale – o Fatima addio”, dopo avere elevato da qui, uniti, le nostre suppliche, guidati dalla fede, dalla speranza e dalla carità. È giunta l’ora della separazione. Ma io credo che continueremo ad essere molto uniti nell’amore di Cristo, separandoci con la gioia di aver compiuto un imperativo di questo amore, con la nostra “penitenza e preghiera”.

Sono profondamente grato a tutti voi, che vi siete impegnati e avete lavorato con solerzia ed entusiasmo, qui a Fatima, per organizzare nei minimi particolari questo pellegrinaggio. Avete fatto tutto, certamente, per glorificare Dio e per devozione alla Madonna; ma avrà senz’altro influito anche l’amore al Papa: Grazie a tutti!

E affinché si conservi e si rinnovi sempre la gioia di questo incontro, al dirvi “addio”, “fino a quando Dio vorrà”, vi do, insieme alla mia benedizione, questo ricordo di congedo dalla Madre: “Fate tutto ciò che lui – Cristo – vi dirà!”. Non dimenticatevene!

Vi benedica Dio Onnipotente Padre e Figlio e Spirito Santo!

Pregate per il Papa! Addio! Arrivederci alla prossima volta!

ANGELUS

29 marzo 1981

1. “Misericordia io voglio e non sacrificio…” (Mt 9,13).

Chi pronuncia queste parole è Gesù Cristo: Colui che ha offerto il più perfetto sacrificio di se stesso a Dio. Questo sacrificio fu contemporaneamente la suprema rivelazione del Padre, che è Dio “ricco di misericordia” (Ef 2,4). Durante la Quaresima la Chiesa medita in ginocchio questo mistero: il mistero del sacrificio e della misericordia, e cerca di costruire di qui la sua vita interiore e il suo servizio. Bisogna entrare molto profondamente in questo mistero del sacrificio di Cristo per compiere ogni giorno, con la forza che da esso deriva, la missione della misericordia, cioè dell’amore, che in Cristo e sempre più grande di qualsiasi male.

Bisogna entrare molto profondamente nel mistero del sacrificio di Cristo per far sgorgare da esso, ogni giorno, tutto il servizio verso coloro che hanno bisogno proprio della nostra misericordia: il servizio della Chiesa e di tutti gli uomini di buona volontà.

2. Permettete che io faccia ancora una volta riferimento a ciò che è diventato, in un certo senso, il tema dell’anno: quello delle persone handicappate. Nella prima e seconda domenica di Quaresima ho proposto alla vostra considerazione e alla vostra sensibilità cristiana il significato e il valore della presenza in mezzo a noi di questi nostri fratelli. L’handicappato è, davanti a Dio e davanti agli uomini, una persona, con i suoi diritti e doveri. Tra i diritti vorrei richiamare: anzitutto il diritto alla vita; il diritto ad un focolare domestico o, quando si renda necessario il ricovero in istituti specializzati, ad un ambiente modellato sulla famiglia; il diritto a cure mediche adeguate; il diritto all’istruzione; il diritto alla formazione professionale e ad un lavoro remunerativo; i diritti civili e politici, tra cui quello di associazione, e il diritto ad una vita sociale la più normale possibile. Molti Paesi stanno lodevolmente aggiornando la loro legislazione e adottando anche un particolare statuto delle persone handicappate, con risultati largamente positivi.

Ognuno di noi ha la sua parte di responsabilità in questo campo e può, anzi deve, contribuire a favorire e rendere effettivo l’esercizio di tali diritti degli handicappati. Tra i diritti-doveri delle persone handicappate vorrei sottolineare quello relativo allo sviluppo di un’autentica vita spirituale.

Rivolgendomi direttamente a voi, persone handicappate, vi incoraggio a rispondere con generosità alla vostra vocazione umana e cristiana. Dio vi ama e vi ama infinitamente. Il Padre vede in voi l’immagine viva del suo Figlio sofferente e destinato alla gloria e alla beatitudine. Rispondete con fiducia e generosità a questa chiamata divina, contribuendo con le vostre preghiere e le vostre sofferenze ad ottenere da Dio misericordia per tutti gli uomini.

3. Desidero poi raccomandare oggi a una particolare preghiera della Chiesa la mia patria, la Polonia. Preghiamo perché vengano superate le difficoltà e le tensioni interne, nello spirito degli accordi raggiunti di comune intesa dai rappresentanti delle Autorità statali e dai Sindacati Indipendenti ed Autogestiti. A tale proposito ho fatto pervenire ieri un messaggio nelle mani del Cardinale Stefan Wyszynski, Primate di Polonia.

L’opinione pubblica riconosce che i polacchi hanno il diritto innegabile al superamento delle loro difficoltà interne socio-economiche con le proprie forze. Essi vogliono e sono in grado di superarle.

Mentre si sta svolgendo da alcuni mesi a Madrid la Riunione sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa, bisogna adoperarsi perché i suoi lavori portino a garantire e a consolidare la pace nel Continente europeo, con il pieno rispetto dei diritti di tutte le Nazioni, come anche dei diritti dell’uomo e delle sue libertà fondamentali (fra le quali la Santa Sede sottolinea in particolare la libertà religiosa e di coscienza).

La Chiesa prega incessantemente per questa intenzione.

Prega per la pace e per tutte le iniziative che possono servire la pace in Europa ed in tutto il mondo.

Occorre inoltre ricordare che l’Atto Finale di Helsinki riafferma anche il principio che “gli Stati partecipanti si astengano da ogni intervento diretto o indiretto, individuale o collettivo, negli affari interni o esterni che rientrino nella competenza interna di un altro Stato reciproche”.

Insieme li strenui sforzi per la pace nel Continente europeo e in tutto il mondo non vengano ostacolati, ma possano conseguire i frutti sperati.

Affido questi voti ai santi Benedetto, Cirillo e Metodio, patroni d’Europa; affido questi voti alla Vergine Santa, Regina della pace; affido finalmente questi miei voti alla Vergine Santa di Jasna Góra, Madre della Polonia.

DISCORSO DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II

AI RELIGIOSI E LE RELIGIOSE DELLA CONGREGAZIONE

DEI FIGLI DELL’AMORE MISERICORDIOSO

E DELLE ANCELLE DELL’AMORE MISERICORDIOSO

2 gennaio 1981

È motivo di gioia per me, incontrarmi con voi, all’alba di questo nuovo anno, per celebrare insieme la gioia e la munificenza dell’Amore Misericordioso del Signore, unica inesauribile fonte della nostra profonda fiducia in un avvenire più cristiano e quindi più consentaneo all’altissima dignità dell’uomo.

L’occasione di questa speciale udienza ce la offre il cinquantesimo di fondazione delle Suore Ancelle dell’Amore Misericordioso, che iniziarono la loro vita religiosa accanto alla grotta del Divin Salvatore, nella dolce atmosfera del Natale del 1930, per dedicarsi alla generosa testimonianza, attraverso opere di vera carità, del divino messaggio di bontà e di misericordia, che costituisce la nota dominante e caratteristica della Congregazione.

Voi, Ancelle dell’Amore Misericordioso, insieme con i Figli dell’Amore Misericordioso, formate la Famiglia dell’Amore Misericordioso, tutta dedita a raggiungere tanti cuori con una convincente parola, che dica quanto è buono il Signore e quanto è grande il suo amore per l’uomo, ed in particolare per l’uomo di oggi.

“La mentalità contemporanea… sembra opporsi al Dio di misericordia e tende ad emarginare dalla vita e a distogliere dal cuore umano l’idea stessa della misericordia)” (Giovanni Paolo II, Dives in Misericordia, 2). Ma voi siete tutti protesi ad annunciare ed a testimoniare Gesù Cristo, Verbo di Dio e Figlio di Maria, che ha reso visibile in se stesso la misericordia di Dio, e che è la personificazione e l’incarnazione stessa di tale sublime, amoroso ed umanissimo attributo della divinità. In Gesù, Dio diventa particolarmente visibile quale Padre ricco di misericordia (Ef 2,4).

Voi vi presentate, infatti, con un emblema: Cristo Crocifisso e Cristo Ostia, che rappresenta le espressioni più sublimi della donazione e dell’amore di Gesù; ed avete fatto particolarmente vostro il suo invito: “Amatevi gli uni gli altri, come io vi ho amati” (Gv 15,12).

L’uomo ha intimamente bisogno di incontrarsi con la misericordia di Dio, oggi più che mai, per sentirsi radicalmente compreso nella debolezza della sua natura ferita, e soprattutto per fare l’esperienza spirituale di quell’Amore che accoglie, vivifica e risuscita a vita nuova. Voi, nelle diverse forme del vostro apostolato, nell’accoglienza di ogni povertà, spirituale e materiale, desiderate promuovere e favorire – proprio in virtù del vostro carisma di professione religiosa – tale incontro dell’uomo moderno con la bontà del Signore. Anche nella vostra opera a favore del clero, che abbraccia forme concrete di assistenza, di promozione culturale e formativa, voi siete condotti da questo spirito di fondo, da questa impronta di nascita, direi, quella cioè di aiutare gli altri e fare l’esperienza della bontà divina, per esserne i ferventi diffusori. Infatti, per il sacerdote e tanto più vero ciò che vale per ogni uomo, cioè che “egli, trovando misericordia, e anche colui che contemporaneamente manifesta la misericordia” (Giovanni Paolo II, Dives in Misericordia, 8).

Voi avete voluto ripetere più volte la vostra esultanza per la recente enciclica, in cui avete trovato quasi una riprova ed una conferma della vostra vocazione di Famiglia dell’Amore Misericordioso. Mentre vi ringrazio per i vostri sentimenti di fedeltà, sono riconoscente con voi al Signore per i motivi di incoraggiamento, di stimolo e di letizia che, per provvidenziale circostanza, provengono a voi da tale documento.

Coraggio, carissimi fratelli e sorelle. Il mondo e assetato, anche senza saperlo, della misericordia divina, e voi siete chiamati a porgere quest’acqua prodigiosa e risanatrice dell’anima e del corpo.

La Madre della Misericordia, che voi venerate sotto il titolo particolare di “Maria Mediatrice”, vi renda sempre più consapevoli della sua maternità, che “perdura senza soste dal momento del consenso fedelmente prestato all’annunciazione”, e vi faccia tutti, ancelle e figli dell’Amore Misericordioso, apostoli, operatori e servitori della divina Bontà e Misericordia.

Vi accompagno con la mia benedizione.

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