Omelie anni 1991-1995

BEATIFICAZIONE DI TRE SACERDOTI E DUE SUORE

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Domenica, 18 aprile 1993

1. “Celebrate il Signore, perché è buono, perché eterna è la sua misericordia” (Sal 118, 1). Il Salmo di ringraziamento attraversa come un fascio di luce tutta l’ottava di Pasqua. È il “grazie” corale della Chiesa, che adora Dio per il dono della Risurrezione di Cristo: per il dono della Vita nuova ed eterna, rivelata nel Risorto. La Chiesa, unanime, adora e ringrazia per l’infinito amore che, in Lui, si è comunicato ad ogni uomo e all’universo intero. “Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo… egli ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva”(1 Pt 1, 3). Ci ha rigenerati “nella sua grande misericordia” (1 Pt 1, 3), Lui, Iddio e Padre di Cristo crocifisso e risorto: “dives in misericordia”. La Chiesa vive con questa intima consapevolezza fin dai suoi albori. In spirito di ringraziamento pasquale si radunavano i primi discepoli e fedeli, spezzando il pane nelle case (cf. At 2, 46), celebrando cioè l’Eucaristia. In questo medesimo spirito la Comunità apostolica accoglieva ed accompagnava i catecumeni, mentre cresceva il numero di quelli che benedicevano Dio, di quanti lo professavano “ricco di misericordia” (Ef 2, 4), ringraziandolo per l’amore rivelato in Cristo.

2. Oggi la stessa Chiesa, rigenerata “per una speranza viva”, rende grazie per “una eredità che non si corrompe… che è conservata nei cieli” per noi (1 Pt 1, 3-4). Il Popolo cristiano – nell’imminenza dell’anno 2000 – esprime la propria gioia pasquale a motivo di alcuni suoi figli e figlie che, in modo particolare, confermano questa eredità di Dio conservata nei cieli per noi. Ecco i loro nomi: Ludovico da Casoria Paula Montal Fornés de San José Calasanz Stanislaw Kazimierczyk Angela Truszkowska Faustyna Kowalska.

3. Ti saluto, Beato Ludovico da Casoria, singolare figura di Frate Minore e ardente testimone della carità di Cristo. Ci commuovono le parole del tuo Testamento: “Il Signore mi chiamò a sé con un amore dolcissimo, e con una carità infinita mi guidò e mi diresse nel cammino della mia vita”. La forza di questo amore spinse te, valido studioso e insegnante, a dedicarti ai più poveri: ai sacerdoti ammalati, agli immigrati africani, ai muti, ai ciechi, ai vecchi, agli orfanelli. Beato Ludovico, grande figlio della Chiesa di Napoli, hai fatto tuo il carisma di Francesco d’Assisi e l’hai vissuto nella società del tuo tempo, nel Meridione d’Italia del secolo scorso, assumendo attiva responsabilità nei confronti delle più gravi forme di povertà, calandoti con cristiana compassione nella concretezza della storia della tua gente e dei suoi drammi quotidiani. L’ampiezza del raggio d’azione del tuo apostolato ci lascia quasi increduli, e ci viene spontaneo domandarti: Come hai potuto farti prossimo a tante miserie, con tanta “fantasia” nella promozione umana? E ancora ci rispondono le tue parole: “L’amore di Cristo aveva ferito il mio cuore” (Testamento). Ti chiediamo di insegnare anche a noi a vivere per gli altri e ad essere costruttori di autentiche comunità ecclesiali, nelle quali la carità fiorisca in letizia ed in speranza operosa. “I poveri li avete sempre con voi” (Mt 26, 11), ci ha detto Gesù. Aiutaci, Beato Ludovico, a scoprirli, ad amarli, a servirli con quell’ardore che in te ha compiuto meraviglie.

Ecco le parole del Papa in una nostra traduzione in italiano.

4. La nuova Beata, Paula Montal de San José de Calasanz, è stata per tutta la sua vita un generoso apostolo della promozione culturale, umana e cristiana della donna. In un dono totale alla volontà di Dio e con solo “quaranta reali nelle tasche” – come dice la storia – aprì la prima scuola per bambine per insegnar loro, soprattutto, l’amore di Dio e la dignità della donna, come futura madre di famiglia. “Voglio salvare le famiglie”, ripeteva insistentemente. Con questo obiettivo fondò la congregazione delle Figlie di Maria, Religiose delle Scuole Pie, vivendo pienamente la spiritualità di Calasanz e facendo un quarto voto di dedicarsi esclusivamente all’insegnamento. Il carisma della Beata Paula Montal vive in voi, amate Religiose Scolopie, e la sua elevazione oggi all’onore degli altari rappresenta una pressante esortazione che il Signore vi rivolge affinché rinnoviate, come anime consacrate, il vostro fecondo servizio ecclesiale in fedeltà al suo carisma, a favore della dignità della donna e della famiglia. Voglia Dio che attraverso la sua intercessione e il suo esempio l’azione educativa della Chiesa per l’infanzia e la gioventù riceva un deciso impulso, che dia nuovo vigore alle radici cristiane della nobile Nazione spagnola, rappresentata qui da un folto gruppo di Vescovi, Autorità, sacerdoti, religiosi – in particolare Scolopi – religiose e numerosi fedeli, che saluto con particolare affetto.

Ecco le parole del Santo Padre in una nostra traduzione in italiano.

5. Ti saluto, Madre Maria Angela Truszkowska, Madre della grande famiglia feliciana. Sei stata testimone dei difficili avvenimenti storici della nostra Nazione e della Chiesa, la quale quivi compiva la sua missione. Il Tuo nome e la Tua vocazione sono legati alla figura del beato Honorat Kozminski, grande apostolo delle comunità segrete, le quali rigeneravano la vita della società travagliata, e restituivano la speranza della risurrezione. Al giorno d’oggi compio un pellegrinaggio verso le Tue reliquie nella mia amata Cracovia, dove si è sviluppata la famiglia feliciana, e da dove è partita oltre Oceano per servire le nuove generazioni di emigranti ed americani.

Cristo ha condotto Madre Angela attraverso un sentiero veramente eccezionale, cosicché essa ha potuto condividere intimamente il mistero della sua croce. Egli ha formato il suo spirito per mezzo di numerose sofferenze, che essa ha accettato con fede e con sottomissione davvero eroica alla Sua volontà: nella reclusione e nella solitudine, in una malattia lunga e dolorosa e nella notte buia dell’anima. Il suo più grande desiderio è stato di divenire “vittima d’amore”. Essa ha sempre interpretato l’amore come dono gratuito di sé. “Amare significa dare. Dare tutto ciò che l’amore richiede. Dare immediatamente, senza rimpianti, con gioia e desiderando che ci venga chiesto ancora di più”. Queste sono parole sue con le quali ha riassunto l’intero programma della sua vita. Essa è stata in grado di accendere lo stesso amore nei cuori delle Sorelle della sua Congregazione. Questo amore costituisce il fogliame sempre verde delle opere con le quali le comunità delle Feliciane servono la Chiesa in Polonia e altrove.

Ecco le parole del Papa in una nostra traduzione italiana.

6. Ti saluto, Suor Faustyna. Da oggi la Chiesa ti nomina Beata, soprattutto la Chiesa della terra polacca e lituana. O Faustyna, come meraviglioso è stato il Tuo cammino! Come si può non pensare, che proprio Te, una povera e semplice figlia del popolo polacco di Mazowsze, Cristo ha scelto per ricordare alla gente il grande mistero della divina Misericordia. Questo mistero hai portato con Te, lasciando questo mondo dopo una vita breve e piena di sofferenza. Allo stesso tempo questo mistero è divenuto veramente un grido profetico rivolto verso il mondo e verso l’Europa. Il Tuo messaggio della divina Misericordia è nato praticamente quasi alla vigilia del pauroso cataclisma della seconda guerra mondiale. Probabilmente non Ti sorprenderesti, se avessi potuto sperimentare sulla terra ciò che questo messaggio è diventato per la tormentata gente di quel tempo del disprezzo, come si è esteso nel mondo. Oggi – crediamo così profondamente – guardi in Dio il frutto della Tua missione sulla terra. Oggi sperimenti presso la stessa Fonte, chi è il Tuo Cristo: “dives in misericordia”.

“Sento chiaramente che la mia missione non finisce con la morte, ma inizia…”, ha scritto Suor Faustyna nel suo Diario. E così è veramente avvenuto! La sua missione continua e sta portando frutti sorprendenti. È veramente meraviglioso il modo in cui la sua devozione a Gesù Misericordioso si fa strada nel mondo contemporaneo e conquista tanti cuori umani! Questo è senza dubbio un segno dei tempi – un segno del nostro XX secolo. Il bilancio di questo secolo che tramonta presenta, oltre alle conquiste, che spesso hanno superato quelle delle epoche precedenti, anche una profonda inquietudine e paura circa l’avvenire. Dove, quindi, se non nella divina Misericordia, il Mondo può trovare lo scampo e la luce della speranza? I credenti lo intuiscono perfettamente!

“Ringraziate il Signore, perché è buono… Ringraziate il Signore, perché è misericordioso…”. Oggi, nel giorno della beatificazione di Suor Faustyna, adoriamo Dio per le grandi opere che ha compiuto nella sua anima. Lo glorifichiamo e Gli rendiamo grazie per le grandi opere, che ha compiuto e continua a compiere nelle anime umane, le quali – grazie alla sua testimonianza e messaggio – riscoprono le infinite profondità della divina Misericordia.

“Gaude Mater Polonia”!

Ecco le parole del Papa in uno nostra traduzione italiana.

7. Infine Ti saluto, Stanislaw Kazimierczyk, sacerdote dei Canonici Regolari Lateranensi. La Tua vita è stata strettamente legata a Cracovia, con la sua famosa Accademia e con il convento presso la chiesa del Corpus Domini a Kazimierz, dove maturava e si sviluppava la Tua vocazione. Il Servo di Dio Stanislaw visse nel XV secolo, cioè in tempi remoti. Nella storia di Cracovia quello era il secolo singolare – il secolo dei santi – un’epoca di particolare fioritura della vita spirituale e religiosa. Proprio in quel secolo Cracovia ha dato figure di stampo come San Giovanni di Kety e i Beati: Simone di Lipnica, Michele Giedroyc, Isaia Bonner e Swietoslaw da Slawków. Secolo benedetto! Santi e Beati formavano la sua immagine spirituale, e tra loro Stanislaw di Kazimierz: fervente adoratore dell’Eucaristia, insegnante e difensore della verità evangelica, educatore, guida sulle vie della vita spirituale, protettore dei poveri. La memoria sulla santità del Servo di Dio vive e fruttifica tuttora. Il popolo di Cracovia e soprattutto il popolo di Kazimierz, hanno espresso continuamente, fino ai nostri tempi, questa memoria attraverso le preghiere dinanzi alle sue reliquie. Come Arcivescovo di Cracovia ho presieduto queste preghiere più di una volta. Oggi la Santa Chiesa solennemente conferma il suo culto, elevandolo alla gloria degli altari. “Ringraziate il Signore… Ringraziate il Signore, perché è buono…”. Madre Maria Angela Truszkowska, Suor Faustyna Kowalska, Stanislaw Kazimierczyk sacerdote-monaco: tre nuovi Beati polacchi, nostri nuovi intercessori. Ci serve così tanto ai nostri giorni questa intercessione dei Santi e dei Beati! Ecco un dono particolare della divina Provvidenza per la Chiesa in Polonia – il dono per la nostra Patria. Rallegrati, quindi, Chiesa Polacca! “Gaude Mater Polonia!”.

8. Celebriamo il Signore, perché è buono. Celebriamolo, perché è misericordioso. Ecco gli Apostoli, riuniti nel Cenacolo: i primi che hanno innalzato questo ringraziamento pasquale. Per primi essi hanno ricevuto lo Spirito Santo per la remissione dei peccati, il medesimo Spirito nel quale sono stati mandati: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi” (Gv 20, 21). Questa missione perdura attraverso i secoli, di generazione in generazione. E perdura ugualmente la grazia, capace di “fare nuove tutte le cose” (cf. Ap 21, 5).

Ecco Tommaso, singolare rappresentante di coloro che dicono: “Se non vedo… non crederò” (Gv 20, 25). Egli è diventato, otto giorni dopo, portavoce di quanti confessano: “Mio Signore e mio Dio” (Gv 20, 28). Possa la verità su Cristo crocifisso e risorto trovare accesso presso le sempre nuove generazioni di coloro che “pur non avendo visto crederanno” (Gv 20, 29).

“Dives in misericordia”. Quanto è necessario, all’uomo di tutti i tempi, l’incontro con Te, o Cristo! L’incontro mediante la fede, la quale si prova nel fuoco delle privazioni e fruttifica nella gioia.

Nella gioia pasquale. La fede fruttifica in gioia “indicibile e gloriosa” (1 Pt 1, 8).

CELEBRAZIONE EUCARISTICA NELLA DOMENICA «IN ALBIS»

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Domenica, 23 aprile 1995

1. “Pace a voi!” (Gv 20, 19).

Gesù risorto pronunziò per due volte queste parole apparendo agli Undici nel cenacolo, la sera del giorno stesso in cui risuscitò dai morti. Il Signore, come attesta l’evangelista Giovanni, mostrò loro le mani e il costato, per confermare davanti ad essi l’identità del suo corpo, quasi a dire: Questo è lo stesso corpo che due giorni fa venne inchiodato alla croce e poi deposto nel sepolcro; il corpo che porta le ferite della crocifissione e del colpo di lancia; esso costituisce la prova diretta che io sono risorto e vivo.

Quella fu, dal punto di vista umano, una constatazione difficile da accettare, come dimostra la reazione di Tommaso. La sera della prima apparizione nel cenacolo, Tommaso era assente. E quando gli altri Apostoli gli raccontarono di aver visto il Signore, egli con fermezza si rifiutò di credere: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò” (Gv 20, 25). Da queste parole si può capire quanto sia stata importante per la verità della resurrezione l’identità fisica del corpo di Cristo.

Quando il Signore Gesù, l’ottavo giorno – come oggi – venne nuovamente nel cenacolo, si rivolse direttamente a Tommaso, quasi ad esaudire la sua richiesta: “Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!” (Gv 20, 27). Di fronte a tale prova l’Apostolo non solo credette, ma trasse l’estrema conclusione di quanto aveva visto e sperimentato, e la manifestò con un’altissima quanto concisa professione di fede: “Mio Signore e mio Dio!” (Gv 20, 28). Alla presenza del Risorto divenne evidente per Tommaso sia la verità della sua umanità sia quella della sua divinità. Colui che è risuscitato con la propria potenza è il Signore: “Non conosce la morte il Signore della vita” (da un canto pasquale polacco).

La confessione di Tommaso chiude il ciclo delle testimonianze sulla resurrezione di Cristo, che la Chiesa ripropone durante l’Ottava di Pasqua. “Mio Signore e mio Dio!”. Replicando a tali parole, Gesù in un certo senso schiude la realtà della sua resurrezione al futuro dell’intera storia umana. Dice infatti a Tommaso: “Perché mi hai veduto, hai creduto; beati quelli che pur non avendo visto crederanno” (Gv 20, 29). Pensa a coloro che non Lo vedranno risorto alla maniera degli Apostoli, né mangeranno e berranno con Lui (cf. At 10, 41), eppure crederanno sulla base delle affermazioni dei testimoni oculari. Sono costoro, in modo particolare, ad essere chiamati da Cristo “beati”.

2. “Non temere! Io sono il Primo e l’Ultimo e il Vivente” (Ap 1, 17).

Esiste una certa analogia tra l’apparizione nel cenacolo – specialmente quella dell’ottavo giorno, in presenza di Tommaso – e la visione escatologica di cui parla San Giovanni nella seconda lettura tratta dall’Apocalisse. Nel cenacolo Cristo mostra agli Apostoli, e specialmente a Tommaso, le ferite delle mani, dei piedi e del costato, per confermare l’identità del suo corpo risorto e glorioso con quello crocifisso e deposto nella tomba. Nell’Apocalisse il Signore si presenta come il Primo e l’Ultimo, come Colui da cui inizia e con cui termina la storia del cosmo, Colui che è “generato prima di ogni creatura” (Col 1, 15), “il primogenito di coloro che risuscitano dai morti” (Col 1, 18), principio e fine della storia dell’uomo.

Questa sua identità, che pervade perennemente la storia degli uomini, viene formulata con le parole “Io ero morto, ma ora vivo per sempre” (Ap 1, 18). Ed è come se dicesse: Ero morto nel tempo; ho accettato la morte per rimanere fedele fino alla fine all’incarnazione, per la quale, restando Figlio di Dio consostanziale al Padre, sono diventato vero uomo in tutto, fuorché nel peccato (cf. Eb 4, 15). I tre giorni della passione e morte, necessari all’opera della redenzione, rimangono in me e in voi. Ed ora io vivo in eterno e manifesto con la mia risurrezione la volontà di Dio che chiama ogni uomo a partecipare alla mia stessa vita immortale. Ho le chiavi della morte con le quali devo aprire i sepolcri terreni e mutare i cimiteri, da luoghi in cui regna la morte, a vasti spazi per la resurrezione.

3. “Non temere!”. Quando, nell’isola di Patmos, Gesù rivolge a Giovanni questa esortazione, rivela la sua vittoria sui molti timori che accompagnano l’uomo nella sua esistenza terrena, prima di tutto di fronte alla sofferenza e alla morte. Il timore per la morte concerne anche la grande incognita che essa rappresenta: si tratta forse di un totale annientamento dell’essere umano? Le severe parole: “Ricordati che sei polvere, e in polvere tornerai” (cf. Gen 3, 19) non esprimono pienamente la dura realtà della morte? L’uomo, dunque, ha seri motivi per provare timore di fronte al mistero della morte.

La civiltà contemporanea fa di tutto per distogliere la coscienza umana dall’ineluttabile realtà del morire, tentando di indurre l’uomo a vivere come se la morte non esistesse. E ciò s’esprime praticamente nel tentativo di distogliere la coscienza dell’uomo da Dio: farlo vivere come se Dio non esistesse! La realtà della morte però è evidente. Non è possibile farla tacere; non è possibile dissipare la paura che ad essa è legata.

L’uomo teme la morte così come teme ciò che viene dopo la morte. Teme il giudizio e la punizione, e questo timore ha un valore salvifico: esso non va cancellato nell’uomo. Quando Cristo dice: “Non temere!”, vuol dare risposta a ciò che costituisce la fonte più profonda delle paure esistenziali dell’essere umano. Egli intende dire: Non temere il male, poiché nella mia risurrezione il bene si è dimostrato più potente del male. Il mio Vangelo è verità vittoriosa. La morte e la vita si sono affrontate sul Calvario in un mirabile duello e la vita ne è uscita vittoriosa: “Dux vitae mortuus regnat vivus!”, “Io ero morto, ma ora vivo per sempre” (Ap 1, 18).

4. “La pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo” (Sal 118, 22). Il versetto del Salmo responsoriale dell’odierna liturgia ci aiuta a comprendere la verità sulla risurrezione di Cristo. Esprime anche la verità sulla Divina Misericordia rivelatasi nella resurrezione: l’amore ha riportato la vittoria sul peccato, e la vita sulla morte. Questa verità costituisce in un certo senso l’essenza stessa della Buona Novella. Cristo pertanto può dire: “Non temere!”. E ripete tali parole ad ogni uomo, specialmente a chi è sofferente nel fisico o nello spirito. Può ripeterle con tutta fondatezza.

Intuì questo in modo particolare suor Faustina Kowalska, che ho avuto la gioia di beatificare due anni fa. Le sue esperienze mistiche si sono focalizzate tutte intorno al mistero di Cristo Misericordioso e costituiscono quasi un singolare commento alla parola di Dio presentataci dall’odierna liturgia domenicale. Suor Faustina non soltanto le ha annotate, ma ha cercato un artista capace di dipingere l’immagine di Cristo Misericordioso, così come ella lo vedeva. Immagine che insieme alla figura della Beata Faustina rappresenta una testimonianza eloquente di ciò che i teologi chiamano “condescendentia divina”. Dio si rende comprensibile ai suoi interlocutori umani. La Sacra Scrittura, e specialmente il Vangelo, ne sono la conferma.

Carissimi Fratelli e Sorelle! Su tale linea si colloca il messaggio di suor Faustina. Ma era soltanto di suor Faustina o, piuttosto, non si trattava allo stesso tempo di una testimonianza resa da parte di tutti coloro ai quali tale messaggio ha infuso coraggio nelle dure esperienze della seconda guerra mondiale, nei campi di concentramento, nello sterminio e nei bombardamenti? L’esperienza mistica della Beata Kowalska ed il richiamo a Cristo Misericordioso si inscrivono nel duro contesto della storia del nostro secolo. Noi, come uomini di questo secolo, che volge ormai al termine, desideriamo ringraziare il Signore per il messaggio della Divina Misericordia.

5. Oggi, in particolare, sono lieto di poter rendere grazie a Dio in questa Chiesa di Santo Spirito in Sassia, annessa all’omonimo ospedale e divenuta Centro specializzato per la pastorale degli infermi come pure per la promozione della spiritualità della Divina Misericordia. È molto significativo ed opportuno che proprio qui, accanto all’antichissimo ospedale, si preghi e si operi con costante sollecitudine per la salute del corpo e dello spirito. Mentre per questo esprimo rinnovato compiacimento al Cardinale Vicario, il mio grato pensiero va anche al Cardinale titolare Fiorenzo Angelini. Saluto il Vescovo del Settore Ovest, il Rettore e gli altri Sacerdoti, le Religiose e tutti voi, cari fedeli qui presenti. Vorrei, inoltre, inviare un fraterno pensiero ai degenti dell’Ospedale Santo Spirito, insieme pure ai medici, agli infermieri, alle Suore, ed a quanti quotidianamente li assistono. A tutti vorrei dire: Abbiate fiducia nel Signore! Siate apostoli della Divina Misericordia e, secondo l’invito e l’esempio della Beata Faustina, prendete cura di chi soffre nel corpo e specialmente nello spirito. Ad ognuno fate sperimentare l’amore misericordioso del Signore che consola e infonde gioia.

Sia Gesù la vostra pace!

“Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre” (Eb 13, 8). Contemplandolo nel mistero della croce e della resurrezione, ripetiamo insieme alla liturgia dell’odierna domenica: “Celebrate il Signore, perché è buono!”

Celebrate il Signore, perché è misericordioso!

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